Vertigini

Cosa sono le vertigini?

La vertigine è un sintomo caratterizzato da sensazione di instabilità più o meno associata a fenomeni di nausea, vomito, tachicardia, ovattamento auricolare, acufene, perdita dell’udito, perdita di coscienza.

Esistono varie forme di vertigini:

  • Vertigine parossistica posizionale benigna (VPPB): è la forma più frequente, caratterizzata da una breve vertigine rotatoria, favorita dai movimenti del capo, associata a nausea e vomito. La vertigine è provocata dal distacco degli otoliti (i sassolini nell’orecchio) che si spostano in uno dei canali semicircolari dell’orecchio interno. Ha un’incidenza di 70 nuovi casi su 100.000 abitanti all’anno. Il sesso femminile è più colpito. Nel 50% dei casi la causa non è riconoscibile, nel 10-25% dei casi può essersi verificato in precedenza un trauma. Nei rimanenti casi l’insorgenza della VPPB avviene in pazienti menierici, in seguito a deficit improvviso della funzione labirintica, per cause vascolari o iatrogene. Si diagnostica facilmente attraverso il rilievo di un nistagmo posizionale. La terapia consiste nell’esecuzione della manovra liberatoria, che l’otorino esegue spostando la testa e il busto del paziente secondo un procedimento specifico.
  • Deficit vestibolare acuto: può essere provocato da infezioni del nervo vestibolare, alterazioni della circolazione vascolare o della pressione dei liquidi endolabirintici.
  • Vertigine di origine neurologica (tumori, traumi, sclerosi multipla): è una vertigine associata a fenomeni neurologici come debolezza, scarsa coordinazione dei movimenti, alterazione nell’esecuzione dei movimenti, ecc.
  • Vertigine di origine psicologica: è frequente in soggetti ansiosi e/o depressi. Si manifesta con una vertigine soggettiva associata a fenomeni neurovegetativi (nausea, vomito, tachicardia) e non a sintomi otologici e neurologici.
  • Vertigine posturale: legata a disfunzioni dell’articolazione temporo-manidbolare e/o della colonna cervicale. È una vertigine soggettiva, non rotatoria e non associata a sintomi otologici.
  • Malattia di Ménière: è caratterizzata da crisi vertiginose episodiche ricorrenti e debilitanti, ipoacusia neurosensoriale fluttuante (bilaterale nel 15-20% dei casi), senso di pienezza auricolare e acufeni. Il substrato fisiopatologico è legato ad una idrope endolinfatica. Per quanto riguarda le cause eziologiche possono essere molteplici: allergica, infettiva (herpes, CMV, VZ), endocrina, traumatica, immunologica, ereditaria, psicosomatica. La terapia prevede norme dietetiche, farmaci e nei casi resistenti la chirurgia.

Acufeni

Cos’è l’acufene?

L’American National Standards Institute (ANSI, 1969) definisce l’acufene (tinnitus) come “la percezione di un suono in assenza di una stimolazione sonora”.

L’acufene è un sintomo — non una malattia — che colpisce circa il 15% della popolazione mondiale.

L’acufene può essere transitorio e non disturbante, ma anche continuo e stressante.

I pazienti lo descrivono come un fischio, un sibilo, un rombo, uno scroscio, un ronzio, un ticchettio, una pulsazione. Qualcuno lo descrive addirittura come musica, per cui è ipotizzabile un’allucinazione uditiva.

Quali sono le cause dell’acufene?

Sull’origine dell’acufene sono state formulate numerose teorie etiopatogenetiche e neurofisiologiche che restano tuttavia ancora non confermate definitivamente.

Le cause legate all’acufene sono numerose e in alcuni pazienti possono essere presenti simultaneamente più cause:

  • Malattie dell’orecchio medio e esterno (cerume, otiti medie, otiti colesteatomatose, stenosi tubarica, otosclerosi, glomo giugulare…)
  • Malattie dell’orecchio interno (trauma acustico, malattia di Meniere, presbiacusia, ipoacusia ereditaria, esposizione al rumore, ipoacusia improvvisa, malattie autoimmuni, neurinoma acustico…)
  • Malattie sistemiche (ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, anemia, malattie cardio-vascolari, patologie tiroidee…
  • Disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare.
  • Disfunzionalità della colonna cervicale.
  • Farmaci ototossici.

La perdita di udito si accompagna spesso all’acufene perché il cervello, perdendo la cognizione delle frequenze interessate dalla sordità o dall’ipoacusia, cerca di colmare il vuoto e, quindi, “simula” quel suono.

Come individuare la causa dell’acufene?

Un corretto inquadramento diagnostico dell’acufene prevede una visita otorino completa, con questionari specifici per valutare l’impatto del tinnitus sulla qualità della vita, la presenza di iperacusia e di disturbi del sonno.

  • Audiometria tonale: valuta, mediante l’invio in entrambe le orecchie di toni puri, la capacità uditiva del paziente alle varie frequenze).
  • Audiometria vocale: valuta la capacità di comprendere la parola in assenza e in presenza di rumore competitivo.
  • Impedenzometria: indaga la funzionalità dell’orecchio medio ed evidenzia eventuali sordità dovute a rigidità del timpano, alla catena degli ossic ini, a stati infiammatori dell’orecchio medio o della tuba di Eustachio.
  • Acufenometria: misura oggettivamente la frequenza e l’intensità dell’acufene.
  • Prove di tollerabilità al suono: per pazienti che soffrono di iperacusia, ovvero aumentata sensibilità ai suoni forti.

Gli esami di base su richiesta del medico possono essere integrati da altri esami, come le otoemissioni acustiche, i potenziali evocati uditivi (ABR), la risonanza magnetica encefalo con m.d.c per studiare l’angolo pontocerebellare e il CUI, TC per lo studio di eventuali malformazioni a carico dell’orecchio medio, angio-RM per lo studio di anomalie vascolari, eventuali esami per definire l’origine genetica o autoimmune della ipoacusia, intolleranze alimentari.

L’elevata incidenza di disturbi di ansia e depressione correlati all’acufene suggerisce di eseguire anche un videat psicologico per una corretta indicazione ad una terapia cognitivo-comportamentale.

Come curare l’acufene?

La Food and Drug Administration (FDA) non ha approvato nessun farmaco per il trattamento degli acufeni. Una terapia farmacologica di supporto può essere indicata però per i disturbi correlati, come ansia, depressione e insonnia.

L’approccio terapeutico più corretto per l’acufene è multidisciplinare e coinvolge quindi tutte le figure professionali specializzate, a seconda della disciplina, nel trattare le cause specifiche del sintomo.

I ricercatori hanno proposto e continuano a proporre molti trattamenti per l’acufene, così come continuano a ipotizzarne molte cause.
Trovi di seguito un elenco dei trattamenti più diffusi, ma anche oggetto di ricerca scientifica continua.

  • Tinnitus Retraining Therapy (TRT, Prof. Pawel J. Jastreboff, USA): mira a ridurre la percezione cosciente dell’acufene, indipendentemente dalla sua causa. La TRT abbina il mascheramento dei suoni al counseling per intervenire sulle conseguenze emotive e psico-affettive correlate al tinnito. I pazienti ricevono informazioni sui comportamenti protettivi, sullo stile di vita e sulle soluzioni ai problemi di natura emozionale e sociale legate all’acufene.
  • phase-out

    Phase-Out (controfase o procedura “Padden-Choy”, Prof. Daniel Choy, USA): dà risultati migliori per gli acufeni con tono puro; insegna al cervello a ignorare la percezione dell’acufene. Il paziente, con l’ausilio di un software e di un paio di cuffie professionali, individua le caratteristiche dell’acufene (tono e volume); il software somministra quindi lo stesso suono per circa mezz’ora, modificando però la fase dell’onda sonora, finché questa non entra in controfase con quella dell’acufene, per annullarlo.

  • Metodo Tomatis (Dr. Alfred Tomatis, Francia), che ha 5 fasi:
    1. Esecuzione di un test d’ascolto e audiologico, oltreché una valutazione otorinolaringoiatrica, per determinare il programma terapeutico;
    2. Trattamento di circa 70 ore (variabili a seconda delle caratteristiche psicoacustiche del paziente) con ascolto di musica a frequenze filtrate in base alle caratteristiche dell’acufene, per rieducare l’orecchio
    3. Test di controllo, durante il trattamento;
    4. Test di controllo a fine terapia
    5. Test di mantenimento 3 mesi dopo la fine della terapia.
  • Mindfulness: un programma di riduzione dello stress per pazienti nei quali la medicina convenzionale non riesce a dare sollievo. Il paziente impara strategie specifiche per affrontare il dolore emotivo e lo stress attraverso tecniche di focalizzazione sul respiro, body scan, meditazione e yoga. Il protocollo terapeutico prevede 8 incontri a cadenza settimanale della durata di 2 ore, oltre uno di circa 6 ore, preceduti da un colloquio preliminare per la somministrazione di test specifici.
  • Terapia cognitivo-comportamentale: aiuta a ristrutturare la correlazione tra pensieri, emozioni, comportamento e il modo in cui una persona interpreta gli eventi stressanti della propria vita e i lutti. La terapia aiuta il paziente a sostituire quell’elaborazione con pensieri più funzionali ed elimina lo stress e la sofferenza fornendo prospettive nuove e più soddisfacenti.
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